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Mezza pagnotta, intero gaudio

Foto di Mezza Pagnotta

Raccontiamo Mezza Pagnotta

Quella volta in cui degli amici ci proposero una cena in un ristorante vegetariano e noi ce ne innamorammo perdutamente.

Ecco, potremmo chiamarla così la nostra esperienza da “Mezza Pagnotta”, ristorante vegetariano di Ruvo di Puglia, con cucina “etnobotanica”, come la definiscono gli stessi proprietari.
Piatti a km 0, con ingredienti che vengono direttamente dal loro orto e arrivano in tavola, trasformati dalle mani dello chef e proprietario (insieme a suo fratello Francesco, in sala), Vincenzo Montaruli, in veri e propri capolavori di gusto.

Non siamo mai stati vegetariani, ma l’esplosione di sapori che abbiamo avuto assaggiando i loro piatti, raramente ci è capitato di provarla altrove.

Questa cucina punta sul territorio, ed è chiaro fin da subito, cioè dalla prima portata del menù degustazione (che varia in base alla stagionalità dei prodotti ovviamente e noi ci eravamo ripromessi di tornarci in autunno, che è periodo di funghi, ma non è stato possibile e quindi attendiamo con impazienza il prossimo!), che poi è un piatto di benvenuto: olive fritte. E per chi è nato in Puglia, questo non può che essere uno dei piatti del cuore.

L’antipasto-dessert però è stato davvero insuperabile: chicchi d’uva, sapientemente sbucciati, serviti su una crema di mandorle, che ricorda molto il “latte di mandorle” che si prepara sotto Natale dalle nostre parti. Ogni cucchiaiata era letteralmente sublime e accarezzava il palato come una coccola, che in genere ci si aspetta a fine pasto. E se invece te la ritrovi all’inizio, non può che essere un segno di quanto tutta la cena sarà straordinaria.

Poi è stata la volta di un tortino di melanzane e altre spezie (il “babaganoush”, un piatto di origine libanese, e no, Romanzo criminale questa volta non c’entra niente) con chicchi di melograno, semi di sesamo e polvere di sommaco siciliano: abbiamo mangiato anche la foglia di menta che “probabilmente” era lì solo come guarnizione. Ma non ditelo a nessuno.

Con i fichi arrosto con battuto di rucola scottata e mandorle abbrustolite abbiamo iniziato davvero a toccare il cielo con un dito, e dico “iniziato”, perché poi ci siamo letteralmente sdraiati sulle nuvole come i romani sul triclino durante i loro pasti, quando è arrivata la “Cotoletta di pomodoro”. Ora, noi non abbiamo mai abbinato la parola cotoletta a qualcosa che non fosse manzo o pollo, ma, credeteci, dopo aver assaggiato questa qui, abbiamo rivalutato tutto quello che avevamo mangiato nei nostri circa e oltre trent’anni di vita. Consistenza, sapore, presentazione (potrebbe tranquillamente rientrare in una collezione di opere di espressionismo astratto), tutto incredibilmente perfetto e così ricco di colori da metterti di buon umore anche solo guardandolo, quel piatto. Avremmo fatto volentieri il bis, non perché non fossimo sazi (cosa che un po’ temevamo prima di sederci in questo posto, perché il pregiudizio è duro a morire, si sa, ma quando poi sono i fatti a smentirti, non puoi che ammettere che avevi sbagliato), ma perché ne avremmo voluta ancora e ancora, tanto era speciale.

Ancora increduli, abbiamo provato qualcosa che le nostre mamme hanno tentato di rifilarci per anni, con scarsissimi risultati: i cardi. Ecco, un piatto di cardi (in questo caso, selvatici e ripassati con cipolla di Acquaviva) credo non lo avessimo davvero mai mangiato nelle nostre case, ma qui, su una crema di pane fritto (anche se non ne siamo sicuri) e con una fonduta di pecorino, ne abbiamo scoperto la bontà.

Arrivati a questo punto, avremmo voluto solo alzarci da tavola e andare a stringere la mano allo chef, commossi per l’esperienza appena vissuta, ma l’immancabile spazio per il dolce, quel posticino a parte che ogni stomaco sa di avere e tira fuori proprio quando “no, davvero, sono sazio e non mi entra più niente!”, si è fatto vivo con un “ehi, vi siete per caso dimenticati di me?” e siamo dovuti correre ai ripari, con una millefoglie… No, siamo sinceri, non ricordiamo precisamente cosa fosse, e da imperfetti food blogger quali siamo, non abbiamo fatto nemmeno una foto. L’abbiamo letteralmente divorata, ricordandoci solo alla fine che forse uno scatto ci sarebbe tornato utile per questo articolo.
Questo vi fa capire quanto fosse squisita e quanto in questo posto ogni ingrediente venga trattato con maestria, fino a renderlo un’esperienza indimenticabile dal primo all’ultimo boccone.

Appena si potrà tornare a cena fuori, fatevi un regalo e andate a provare la loro cucina, un’esplosione di gusto vi travolgerà. ❤️

Fooduria

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